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Ostetriche sadiche

Le scelte sono una cosa strana.
Una di quelle cose di  cui spesso, troppo spesso, non ti rendi conto di fare. E spesso, troppo spesso hai la presunzione di controllare.
Una delle cose che amo delle scelte è la prima che fai. La prima scelta. Non la ricorderai mai. Ed è bellissimo. Fai una scelta importantissima, la più fondamentale di tutte, la scelta assoluta, che non ricorderai mai.
Ed è una scelta assurda. Istintiva. Forse neanche troppo infondo. E la dimentichi. Dimentichi il momento in cui la fai.
Scegli di piangere.

Parlo di quella scelta, la scelta zero. Quella che fai appena vieni al mondo uscito dalla pancia di tua madre. Piangere.
Liberare i polmoni dal liquido amniotico per cominciare a respirare. Piangendo.
E’ bellissima.
Per cominciare a vivere devi piangere.
La sintesi perfetta di ciò che ti aspetterà. E quando fai quella scelta, istintiva e necessaria, non lo sai. E la dimenticherai. Ma l’hai fatta ed è quella che ti porta giorno per giorno nel punto dove arriverai.
Ci ripenso ogni tanto, provo a ricordarlo quel momento ma niente. Non torna.
Sei un cazzo di bozzolo brutto e spelato appeso a testa in giù nelle mani di un’ostetrica e piangi sputacchiando liquido. Non sai un cazzo, non sai cosa ti aspetta, non sai quello che sarai, i vizi che avrai, il carattere che prenderai e non conosci le emozioni, piangi. Piangi con una consapevolezza di cui non ti rendi minimamente conto di quanto sia enorme. Con una forza tale che niente è pari. Vorrei davvero ricordare quel momento anche solo per capire se nella vita c’è qualcosa di simile. Anche solo per ritrovare la forza in me stessa di piangere e gridare e tornare a respirare. A vivere.
Poi il tempo passa e mano mano l’istinto di piangere non è più istintivo. Ti nascondi o non piangi. Non urli. Piuttosto ingoi e vai avanti. E la vita è una sequenza incontrollabile di scelte, ma crescendo hai l’illusione di poterle controllare. Le giustifichi. Fai scelte con cognizione di causa. Quando le fai sei sicuro. Credi di essere sicuro di aver fatto la scelta giusta. In realtà non è realistico.
Come esistono le migliaia di scelte istintive che si fanno giorno per giorno, dallo svegliarsi, dal respirare, andare a lavoro, vivere incazzarsi, mangiare, dormire, provare sentimenti, esistono miliardi di altrettante conseguenze successive. E puoi essere il più ossessivo compulsivo della valutazione assoluta di ogni minima conseguenza di una scelta che stai per fare, ma non funziona. Le conseguenze non sono mai calcolabili del tutto.
A volte penso che la prima scelta sia esattamente come tutte le altre. Non sai niente, assolutamente niente di quello che può succedere. E’ un andare per esclusione, quando fai le valutazioni sulle scelte da fare.
Il meccanismo strano di alcune persone, me compresa negli ultimi tempi, è il dimenticarsi la prima scelta. Incatenarsi alle conseguenze, valutarle troppo, dimenticarsi dell’infinità di scelte automatiche e naturali oramai, che si fanno via via giorno per giorno.
 Dimenticarsi delle scelte belle che si sono fatte in passato, sottovalutarle come se non fossero state importanti. Sono tutte una prima scelta. Tutte le scelte involontarie o volontarie sono come la prima scelta. E come quella prima scelta, tendi a dimenticarle.
Dovrei scegliere più spesso di piangere. Perché infondo, anche ricordarmi della prima scelta, non è sufficiente a scardinare i pensieri, le incertezze, la paura. Non è semplice quando hai a che fare con un cervello con troppa consapevolezza. Che crede di averne troppa e sguazza nel nero pece di una corda intrecciata, inzuppata di problemi dati da scelte sbagliate o conseguenze inaspettate della vita.
E il punto sta proprio lì. Il bozzolo spelato a testa in giù che piange per la prima volta, cresce, ma è sempre lo stesso bozzolo. Non cambia, non diventa diverso. Cresce solamente. Invecchia acquisendo momenti di vita. Ma è la stessa persona. La stessa cosa, la stessa identità. Lo stesso identico bozzolo, solamente, allargato nel tempo e nello spazio con un bagaglio di vita appresso.
Il punto, quando sguazzi nel nero pece è quello, torni un po' un bozzolo. Torni quel bozzolo uscito dalla pancia di tua madre che non vede un cazzo di niente ma piange, è come se te lo ricordassi di essere bozzolo. Ma diversamente dalla prima scelta, non usi tutta la forza che hai per piangere e sputare fuori la pece che ti ricopre in quel momento. Quella forza che quel bozzolo ha dalla nascita, non la ricorda crescendo. L'ha dimenticata perché infondo è brutale. Troppo.
 E' brutale sputacchiare liquido o pece dai polmoni piangendo, per se stessi e per gli altri.
Questo è quello che intendo nel “dovrei piangere più spesso”. Piangere per ritornare a respirare. In maniera brutale, istintiva. Un vaffanculo mondo, sono nel nero pece diosanto! Si respira di merda qua!  Devo sputare melma. Devo tornare a respirare. Non guardarmi se non ti piace è brutale, lo so.
Uno dei motivi per cui penso che la prima scelta si dimentichi è l’ostetrica o chi per lei, ti tira a forza fuori dalla patata di tua madre. La figura che ti fa il nodo all’ombelico. Perchè rimanere attaccati per il cordone ombelicale alla madre, non staccarsi dalla placenta, non essere presi in braccio, lavati e nutriti non basta per sopravvivere. Piangi, respiri, ma appartieni alla razza meno autonoma alla nascita. Sei dipendente dalla madre o da un’ostetrica o ginecologo che ti mette al mondo. O ti RImette al mondo.
Ovvero gli altri. La razza umana è dalla nascita dipendente dagli altri. Poi cammini e acquisti indipendenza.
Ma quando hai bisogno di una prima scelta per rinascere, hai bisogno di un’ostetrica che ti tiri una pacca sul culo. Non c’è cazzi. Senza quella pacca non piangi. Poi wow, cresci di nuovo, velocemente e via verso una nuova prima scelta.
Te ne dimentichi perché è lancinante dentro, pensare che sei al mondo per aver scelto di piangere, ammettendo che qualcuno ti ha però dovuto aiutare. Ti ha fatto un nodo al bellico, ti ha pulito gli sputacchi di melma nera e ti ha calmato. E poi magari anche nutrito ecc ecc. E non ti ha giudicato per essere un bozzolo brutto nudo e spelato, non ti ha lanciato giù da una rupe Tarpea, poteva farlo però, sei un bozzolo brutto senza autonomia che frigna e sputacchia, niente di più. Gettabile nel composter. Ma non lo ha fatto.
La differenza che corre tra la prima scelta e le successive prime scelte che fai, soprattutto quelle che fai quando sei nel nero pece e piangi per ritornare a respirare, è l’ostetrica - ginecologo - equipe che ti RImettono al mondo. Non puoi dimenticarli. Non potrai mai e ti senti uno schifo dentro, un bozzolo brutto e non gli sarai grato abbastanza. Ti sentirai sempre minuscolo a confronto. In debito. Un peso. Ed è poi un problema soprattutto quando ricadi nella pece, dover sentir di nuovo quel debito verso gli altri.
Ma non lo sei. Non esistono debiti alla nascita o alla rinascita. Gratitudine al massimo. Siamo tutti stati bozzoli spelati tra le mani di un'ostetrica, compresa l'ostetrica. E' davvero strano il meccanismo della nascita, della rinascita e della condivisione delle prime scelte.
Quando ero piccola sognavo di fare l'ostetrica. Mi piaceva un sacco la nascita. Ma non lo sono diventata. Una delle tante scelte sbagliate che si fanno. Magari sarei stata pessima. Troppi bozzoli giù dalla rupe Tarpea. Chi lo sa.
A volte però mi capita di fare l'ostetrica per qualche ri-nascita. E magari sono un fallimento anche sulle rinascite. Boh. Non è semplice per niente. Ci sono un sacco di bozzoli che forse ho sbatacchiato con troppa veemenza. Per l'ostinazione di farli respirare sapendo che sarebbero diventati qualcosa di bello. E' che è bello, è bello quando senti piangere qualcuno per un qualcosa di bello. Per un ritorno a respirare. Sono un'ostetrica sadica della vita probabilmente.
Una cosa è certa: come bozzolo sono uno dei peggiori. Preferisco tentare di trovare respiro nella melma piuttosto che piangere. E credo spesso di riuscirci. Credo solamente. Che poi, quando ti arriva un'ostetrica così, che neanche te l'aspetti, ti tira una scossa tale che ti porta via quella quantità di melma giusta che ti ricopre gli occhi e ti ci vedi riflessa dentro in quella scossa o negli occhi di chi te la da, che la voglia di tornare a respirare ti torna.
 Ma magari ci ricadi anche nella melma. E' sempre la via più semplice infondo. E va bene così. Tuffarsi, risalire e rituffarsi è meno noioso di nuotare sempre. Almeno secondo il mio stile di vita. Misto, carpiato, avvitato rana.
Ricordarsi delle prime scelte, ricordarsi che le ostetriche sadiche della vita esistono, può comunque essere un buon modo per non lasciarsi troppo a navigare nella melma nera della vita. O non tuffarsi con troppa violenza sbattendo su scogli non previsti.
Calcutta

Personaggino italiano emerso di recente dall’ombra romana. Edoardo Calcutta. Cantautore dai toni semplici e profondi allo stesso tempo, sia musicalmente che di testo. E’ uno di quelli che ami o odi alla prima, ma se lo ascolti con un minimo di attenzione in più, è improbabile non ritrovarsi nella semplicità delle sue frasi buttate lì, moderne e attuali, complessate come la generazione che si sta vivendo quest’epoca del cavolo. Non sembra sia voluto il suo successo. E’ abbastanza inaspettato considerando che non snocciola ne tecnica musicale ne eccessiva serietà. A me sembra uno di quei vecchi cantautori di una volta, che davano fiato al cervello e alle emozioni creando pezzi da cantare con uno spinello e una chitarra sulla spiaggia. Diciamo che è la versione moderna, Alcool e ubriachezza triste, un sobborgo malfamato con le puttane che urlano arrabbiate per un disgraziato che ha solo voglia di urlare al mondo quello che sente. Lo vedo così.

Cosa mi manchi a fare

Gli amori si infrangono spesso, scorrono via e ti lasciano qualcosa inevitabilmente. Ricordi a caso, speranze mal riposte e quell’amarezza interiore che ti fa perdere le forze ma che infondo, ti fa comprende la capacità innata di provare certi sentimenti. E poi c’è il vuoto. Che non si può colmare se non con i ricordi più significativi che fanno anche più male e non vorresti ricordare ma non ce la fai.

Questo pezzo è così. Con un testo così senza bisogno di trascrizione.

Sicuramente, ad occhio e croce, Calcutta è uno di quelli che ha fatto della musica la sua ostetrica, e il successo che sta avendo, il riflesso in cui guardarsi per ritrovarsi.
Buon per lui. La musica è sempre una buona ostetrica all’occorrenza.

1 Comment

  1. angelo
    30 ottobre 2016 - Rispondi

    La prima cosa che ho letto di te, una splendida presentazione

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